Le Fallas spiegate bene: arte, satira e piromani con ottimo gusto.

esempio di fallas

Le Fallas nascono, ufficialmente, come una modesta tradizione medievale dei falegnami valenciani. Ufficialmente. Perché la versione reale sembra più o meno questa: un gruppo di artigiani stanchi, coperti di segatura e con livelli di sicurezza sul lavoro degni del Trecento decide che il modo migliore per celebrare l’arrivo della primavera sia… incendiare roba in mezzo alla strada.

Tutto comincia con i parots: strutture di legno usate per appendere le lampade nelle botteghe durante l’inverno. Arriva marzo, le giornate si allungano, le lampade non servono più e qualcuno pensa: “Potremmo conservarli ordinatamente per l’anno prossimo”.
Ma Valencia non è fatta così.

No. I falegnami iniziano a bruciarli la vigilia di San Giuseppe, patrono della categoria. Fin qui sembra quasi sensato. Poi però succede quella cosa molto umana e molto mediterranea per cui nessuno riesce a lasciare una tradizione semplice. Qualcuno aggiunge vecchi vestiti ai pali. Poi facce grottesche. Poi caricature dei vicini antipatici. Poi politici. Poi il clero. Poi praticamente chiunque respirasse in modo irritante.

Ed ecco nascere le prime fallas: pupazzi satirici destinati a essere distrutti dal fuoco. Una forma di critica sociale elegantissima, se ci pensi. In altri Paesi scrivevano trattati filosofici. A Valencia costruivano un’enorme caricatura del sindaco e le davano fuoco davanti a tutti.

Con il tempo la cosa degenera magnificamente. Nel Settecento e nell’Ottocento le Fallas diventano sempre più elaborate. Non bastano più due stracci e un palo: servono scenografie enormi, colori, satire politiche, scene scandalose e una quantità crescente di petardi, perché evidentemente il rischio incendio da solo non dava abbastanza emozioni.

Naturalmente le autorità provano più volte a limitare tutto. Perché vedere migliaia di persone ubriache girare accanto a monumenti infiammabili alti venti metri tende a inquietare i governi, specialmente quelli con edifici storici da proteggere. Ma vietare le Fallas a Valencia è come chiedere al mare di non essere umido.

Nel Novecento il festival si trasforma definitivamente in una macchina gigantesca di arte, turismo e caos organizzato. Le figure diventano colossali, costano fortune e richiedono mesi di lavoro artigianale. E il finale resta comunque lo stesso: bruciare tutto. Una lezione filosofica profondissima oppure il più spettacolare problema di gestione della rabbia mai trasformato in patrimonio culturale.

Le Fallas di Valencia sono, in sostanza, il momento dell’anno in cui una città intera decide collettivamente che dormire è sopravvalutato e che il fuoco risolve qualsiasi problema emotivo, estetico e forse anche esistenziale.

Tutto inizia mesi prima, quando artisti e artigiani lavorano alle fallas: sculture monumentali di cartapesta, legno e polistirolo, elaborate, oltremodo geniali, satiriche. Qui la satira non è sottile. È gigantesca, colorata e spesso dotata di nasi così grandi da richiedere un permesso edilizio. È come se la città dicesse: “Ti abbiamo osservato tutto l’anno. Ora ecco la tua versione gigante, con naso sproporzionato. E tra qualche giorno, cenere.” Tutto questo lavoro, per poi… bruciarle. Sì, bruciarle tutte. È arte effimera portata all’estremo: Michelangelo avrebbe pianto, ma forse anche acceso un fiammifero.

Girare per Valencia durante la festa significa fare uno slalom continuo tra queste opere, cercando di decidere se ridere, fotografare o chiedersi quante ore di sonno siano state sacrificate per creare qualcosa destinato a una fine così rapida. La risposta è: troppe. Ma evidentemente ne vale la pena, perché la gloria qui è temporanea e la cenere è inevitabile.

Poi arrivano loro: i petardi. Non un sottofondo, ma una filosofia di vita. I valenciani li amano con una dedizione che rasenta il misticismo. Il suono dominante delle Fallas non è la musica, ma l’esplosione. Costante, imprevedibile, onnipresente. Se pensi di abituarti, ti sbagli. È il rumore che si abitua a te. Bambini di cinque anni con le loro dannate scatoline di legno al collo, che altrove starebbero colorando dentro i bordi, qui maneggiano piccoli ordigni con la disinvoltura di artificieri veterani e di chi ha capito tutto della vita: breve, rumorosa e meglio se accompagnata da un botto. Ma voi sapete che la maggior parte poi non usa accendini o fiammiferi per accendere i maledetti petardi? No, per fare “prima” hanno una corda chiamata MECHA (sicuramente trattata con la magia nera) in modo che, una volta accesa non si spegne più. Esatto, lo so che state pensando, non è normale, ma va bene così.

15 metri di pura malvagità

Il culmine di questa passione sonora è la mascletà, un evento che ridefinisce il concetto di spettacolo. Non è qualcosa che guardi, è qualcosa che ti attraversa. Le esplosioni sono coreografate con precisione quasi scientifica, creando una sinfonia di decibel che ti vibra nello stomaco. Dopo qualche minuto, smetti di distinguere i singoli colpi e accetti la tua nuova condizione: essere umano trasformato in cassa di risonanza.

E mentre i timpani negoziano una tregua, la città continua a mangiare e bere come se fosse un dovere civico e turisti che cercano di capire se stanno partecipando a una festa o a un esperimento sociale.  Le Fallas sono anche una celebrazione della gastronomia locale, il che significa churros immersi nel cioccolato caldo, patatas bravas come se non ci fosse un doamni e paella cucinata in quantità tali da sfamare piccoli eserciti e un consumo di zucchero che renderebbe nervoso qualsiasi nutrizionista. È una dieta semplice: tutto ciò che è fritto, dolce o accompagnato da vino è considerato essenziale.

Nel frattempo, sfilano le falleras, vestite con abiti tradizionali così elaborati da far sembrare qualsiasi guardaroba moderno un errore di valutazione. Tra acconciature impossibili e gioielli che brillano sotto il sole, rappresentano il lato elegante della festa, una sorta di promemoria che, nonostante il caos generale, qui c’è anche cultura, storia e un certo gusto per la teatralità.

Ma la vera magia (o follia, a seconda del livello di sonno accumulato) arriva con la cremà. La notte in cui tutto brucia. Le fiamme salgono rapide, divorano settimane di lavoro e trasformano ogni falla in un ricordo fumante. La folla guarda, applaude, qualcuno si commuove, altri cercano di evitare scintille vaganti. È un momento poetico, se ti piacciono le metafore evidenti: la bellezza è temporanea, la gloria è breve, e comunque finirà tutto in cenere. Ma con stile.

Le Fallas sono eccessive, rumorose, un po’ folli e assolutamente irresistibili. Non hanno alcun interesse a piacerti in modo discreto: vogliono travolgerti, stordirti e lasciarti con i vestiti che odorano di fumo e la vaga sensazione di aver assistito a qualcosa di magnificamente inutile. E qui sta il punto: le Fallas non cercano di essere pratiche, sostenibili o anche solo ragionevoli. Sono un’esagerazione collettiva, un inno all’arte che non deve durare, al rumore che non chiede permesso e alla gioia che non si preoccupa delle conseguenze. È una festa che non ti accoglie con gentilezza, ma ti prende per le spalle, ti scuote e ti dice: “Adesso partecipi.”

Quando tutto finisce, Valencia torna lentamente alla normalità. I turisti recuperano l’udito, gli abitanti riscoprono il concetto di silenzio e le strade si svuotano. Rimane solo un leggero odore di fumo e la sensazione di aver assistito a qualcosa di irripetibile, e forse anche un po’ assurdo.

Ma è proprio questo il bello: per qualche giorno all’anno, una città intera decide che costruire per distruggere, fare rumore senza motivo e vivere al massimo sia non solo accettabile, ma necessario. E onestamente, è difficile darle torto.

Oggi le Fallas sono riconosciute dall’UNESCO come patrimonio immateriale dell’umanità. Che è meraviglioso, perché significa che dopo secoli di satira feroce, esplosioni e incendi controllati, il mondo intero ha guardato Valencia e ha detto:

“Sí, questa follia va assolutamente preservata.”

 

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