Hola gente, e ben tornati, è passato un po’ di tempo dall’ultimo articolo, ma ora non posso esimermi dal raccontarvi come sempre, le mie dis-AVVENTURE, iniziando, da una delle mie città del cuore, Valencia. Premessa, abbiamo vissuto poco las fallas, per il maltempo, quindi ho rosicato abbastanza, però eravamo in 5 e nonstante la pioggia ci siamo divertiti tantissimo! Qualcuno di voi non sa cosa sono le fallas?
Appena scesi dall’aereo a Valencia siamo stati accolti da un manifesto che, col senno di poi, avremmo dovuto leggere come un avvertimento e non come un semplice pezzo di grafica urbana. Ma no, noi sorridenti, pieni di entusiasmo e totalmente ignari del destino che ci aspettava. Spoiler: siamo sopravvissuti. Male, ma siamo sopravvissuti.

Partiamo dal primo capitolo della tragedia: il taxi.
Eravamo in cinque, quindi già esclusi dal mondo dei taxi normali (quelli per comuni mortali in gruppi umani accettabili). E sì, lo so cosa state pensando: “Ma Alessia, perché non avete preso la metro? È comoda, economica, sostenibile, ti cambia la vita…”
Calma. Avevamo preso un appartamento a Jesús, e il taxi era la scelta migliore. O almeno così credevamo, poveri illusi.
Prenotiamo. Il tipo arriva dopo cinque minuti—già qui sospetto, troppo facile. Saliamo. Io, ovviamente, nel portabagagli, perché nella vita ognuno ha un ruolo e il mio è quello del bagaglio umano. Mostriamo l’indirizzo e dopo circa 30 secondi netti—neanche il tempo di controllare se avevo ancora dignità—SBAM. Marciapiede preso in pieno. Ruota distrutta. Cerchione andato. Silenzio. Poi lui:
“Sorry… damage.”
Fine corsa. Letteralmente.
Scendiamo, probabilmente ancora in fase di elaborazione trauma, e prenotiamo un Uber come persone che hanno perso fiducia nel destino ma non nella tecnologia.
Taglio cinematografico: primo drink della serata.
Arriviamo al Matiz, un’enoteca gestita da due ragazzi italiani che evidentemente hanno deciso di esportare il concetto di “bevo bene e mangio meglio” anche fuori patria. Vino ottimo, tapas con accento italiano e posizione perfetta: in due minuti sei ovunque, anche emotivamente instabile ma felice.
Nel frattempo, Valencia è nel pieno delle Fallas, quindi ogni sera—soprattutto nel weekend—c’è uno spettacolo pirotecnico a mezzanotte. Traduzione: nessuno dorme, tutti urlano, e tu inizi a mettere in discussione il concetto stesso di quiete.
Giorno due: I botti non sono solo quelle delle fallas
Inizia con una colazione da Starbucks, aka il mio nemico giurato. Non entrerò nei dettagli, ma sappiate che è stata una scelta dettata più dalla disperazione che dal gusto.
Facciamo la Valencia Card (per sentirci organizzati, anche se dentro eravamo caos puro) e prenotiamo acquario e museo delle scienze per il giorno dopo. Nel frattempo, giretto per la città e prima mascletà.
E qui bisogna essere onesti: la mascletà è una di quelle cose che devi vedere almeno una volta nella vita. Non perché sia “bella” nel senso classico, ma perché è un’esperienza borderline. Pioggia leggera, petardi ovunque, gente che balla, beve, suona strumenti a caso… è meno uno spettacolo e più un esperimento sociale riuscito. Non importa chi sei o da dove vieni: se sei lì, sei parte del caos.
Dopo questa esperienza quasi spirituale (o uditivamente traumatica), ci dirigiamo alla Cattedrale del Santo Graal. Sì, proprio quella. E piccolo fun fact: dentro c’è una finestra storta. Non chiedetemi perché, ma in qualche modo rende tutto più umano. Anche i monumenti, a quanto pare, hanno i loro momenti no.
Consiglio spassionato: NON mangiate nei ristoranti intorno alla cattedrale. Cucine che chiudono presto e qualità… discutibile.
Ma tranquilli, noi avevamo già fatto la scelta giusta: tappa al Mercado Central, dove ci siamo strafogati senza alcun senso di autocontrollo. Zero rimorsi, solo felicità e forse un leggero coma digestivo.
Il resto della giornata? Shopping per le viuzze del centro, tra “entriamo solo a dare un’occhiata” e usciamo con borse che non ricordiamo di aver comprato.
E poi, di nuovo, aperitivo veloce al Matiz, perché quando trovi un posto giusto, lo sfrutti senza vergogna.
Ma il vero colpo di scena gastronomico arriva dopo, al Rincón 33.
Questo non è solo un ristorante, è una certezza. Ogni volta che vado a Valencia, almeno un pasto lì è obbligatorio. E no, non è un’esagerazione.
È lì che è nata la mia ossessione per il tonno tataki. Il loro è, senza mezzi termini, fotonicо. E sì, lo dovete provare. Così come dovete provare praticamente tutto il resto del menu: paella, patatas bravas, croquetas de jamón, hummus con gamberi… a questo punto fate prima a chiedere il menu e dire “sì”.
Non romanticizziamo troppo la cena, perché il vero spettacolo arriva dopo: a mezzanotte, fuochi d’artificio in Plaza dell’Ayuntamiento. Bellissimi, davvero. Consigliatissimi. Quasi quanto evitare di stare vicino a gente con una birra in mano. Perché sì, indovinate chi si è preso una testata… sul piede. Esatto, io. Un turista, visibilmente devoto alla causa “salviamo la birra a ogni costo”, inciampa sul marciapiede e decide che il mio piede è il posto perfetto dove atterrare. Io: “Are you ok?”. Lui: “Todos bien”. E sparisce. Probabilmente verso un’altra birra. Da quel giorno, il mio supereroe preferito: Captain Priorità.
Giorno 3: la libertà negata (di fare shopping, ma anche di prendere decisioni sensate)
Giornata lenta, riflessiva… e piena di scelte discutibili, come da tradizione. Sotto il nostro appartamento c’era una fila chilometrica: sembrava distribuissero soldi gratis, invece no — molto meglio — un giocatore del Valencia firmava figurine.
Momento clou: bambina felicissima con autografo fresco → tre secondi netti → splash nella pozzanghera. Una perfetta metafora della vita. O della sfiga. O di entrambe.
Riprendiamo il nostro eroe silenzioso, l’autobus numero 9 (mai nominato prima, ma sempre presente quando serviva: più affidabile di certe relazioni). Arriviamo in centro con un obiettivo chiaro: SHOPPING.
Peccato che fosse domenica. E a Valencia la domenica la prendono sul serio, tipo Antico Testamento: “Sia fatta la chiusura dei negozi”. Risultato? Tutto chiuso. Tutto. Neanche un negozietto aperto per pietà.
Moralmente distrutti, decidiamo di curare il dolore con il cibo e finiamo da Dodo’s. Siamo entrati per il nome? Ovviamente sì. Restati per il cibo? Anche.
Nei giorni normali fanno cucina coreana. Quel giorno? Ovviamente no. Ma ci siamo fermati lo stesso, perché ormai la coerenza non era più tra i nostri valori.
Risultato: affettati locali, riso “pescioso”, entrecôte con patate. Torneremo? Sì. Per il dolce? No. Per il personale simpatico e soprattutto per il liquore fatto in casa offerto alla fine. Sì, mi compro facilmente. Zero dignità, ma almeno con stile.
Usciamo pieni e illusi e decidiamo di NON arrenderci: percorriamo circa 8.478.936 km a piedi alla ricerca di negozi aperti. Bottino finale?
- Una spilla a forma di “peterdino” delle Fallas (non chiedete)
- Una collanina
- Una penna super cute
- L’ennesima lunch bag che non userò mai (arrivati a quota 3 a testa, perché perché fermarsi?)
Shopping soddisfacente? No. Ma almeno abbiamo speso comunque soldi inutili: tradizioni rispettate.
Torniamo in centro e ci concediamo un aperitivo lungo, perché lo shopping ci ha traditi ma l’alcol no.
La sera andiamo al Lia Valencia. Qui assistiamo a una scena surreale: una signora sul balcone che legge un libro… dietro le sbarre. Sembrava incarcerata. Forse lo era. Forse no. Non abbiamo indagato abbastanza, ma mentalmente le abbiamo già scritto una storia per Netflix.
Parliamo di cose serie: il cibo. Il locale è molto figo, bagno incluso (sì, ormai giudichiamo i posti anche da quello). Abbiamo preso varie cose, ma il verdetto è uno solo: bao spettacolari.
Finale di serata: Uber. L’autista capisce che siamo italiani e decide di omaggiarci con una playlist patriottica.
Si parte con Vivo per lei, si degenera con Maledetta primavera.
Noi? Cantiamo. Male. Fortissimo. Senza rispetto per nessuno, soprattutto per la musica.
Sono abbastanza sicuro che, appena ci ha lasciati, abbia dato fuoco alle casse.
Giorno 4: la fine (tragica, ovviamente)
L’ultimo giorno è sempre quello degli addii, delle lacrime, delle valigie che non si chiudono. Ma noi no, noi decidiamo di complicarci la vita e andare all’Oceanogràfic a salutare i miei besties: i beluga.
Nota logistica: prendete il tram che ferma DAVANTI all’Oceanogràfic. Non fate come noi che abbiamo preso un bus che fermava a tipo Narnia, costringendoci a una mezza maratona non richiesta.
All’ingresso, il tipo dei biglietti capisce subito che siamo italiani. Dice: “Perché siete vestiti bene”. Io penso: “No, è per il caos che abbiamo creato in 40 secondi netti”.
Non era la mia prima volta lì, ma confermo: è sempre stupendo. I beluga da soli valgono il prezzo del biglietto. E poi ci sono i pinguini, che camminano meglio di me dopo l’incidente col supereroe della birra.
Unica tragedia: il tunnel di vetro. Quello bellissimo, con i pesci sopra la testa. Impraticabile. Perché? Perché è stato conquistato da un pullman della terza età. E quando un gruppo di anziani decide di fermarsi… si ferma. Per sempre. Piantati in mezzo, immobili, come boss finali di un videogioco. Passare? Impossibile.
Finita la visita, pranzetto veloce perché avevamo il volo. Museo delle scienze saltato (errore, andateci voi al posto nostro). Ultimi giri, ultimi souvenir, ultime spese inutili ma necessarie.
E, perché no, anche un piercing all’orecchio. Che a oggi fa ancora male. Perché evidentemente non avevo sofferto abbastanza con il piede.
In sintesi: Valencia durante le Fallas è un mix perfetto di caos, cibo incredibile, scelte discutibili e momenti che non puoi inventarti neanche volendo.
E noi? Noi siamo sopravvissuti.
Male, certo.
Ma con stile.
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